FAQ Coronavirus – Ripartiamo in Sicurezza

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FAQ Coronavirus – Ripartiamo in Sicurezza

Dopo un blocco forzato delle attività causato dalla necessità di ridurre i contagi incontrollabili da COVID-19, ci troviamo a poter ripartire o, in alcuni casi, a prepararci per riprendere le attività.

Travolti da un bombardamento mediatico di informazioni più o meno attendibili, spesso anche contrastanti tra loro, molti dei nostri clienti ci hanno contattati per avere alcuni punti fermi da cui partire per riaprire le aziende in sicurezza, nella tutela dei propri dipendenti e degli esterni e nel rispetto di quanto prevedono le disposizioni nazionali e locali.

Sicuramente il Governo non ci ha aiutato, pubblicando ripetuti aggiornamenti di Decreti Ministeriali e Protocolli a cui si sono sempre rincorse ordinanze regionali e comunali con eventuali restrizioni, ma è anche vero che è certa la difficoltà di prendere delle decisioni e definire delle strategie comuni in questa situazione imprevista, imprevedibile e mutevole nel tempo.

Proprio in virtù di questa necessità avvertita di ricevere chiarezza pubblichiamo di seguito alcune delle domande più frequenti che ci vengono fatte, cercando di dare una risposta sufficientemente chiara anche se, purtroppo, in molti casi non sarà univoca.

Le risposte prendono come base le direttive ad oggi in vigore, nonché alcune nostre esperienze dirette di controlli da parte degli SPISAL locali (Veneto) sull’applicazione delle procedure di contenimento COVID-19 nelle aziende restate attive.

 

  1. devo aggiornare il dvr?
  2. devo adottare il protocollo?
  3. accesso in azienda: è obbligatorio controllare la temperatura? Solo al personale dipendente o anche per gli esterni?
  4. DPI: devo usare la mascherina?
  5. devo obbligatoriamente mettere le barriere parafiato?
  6. sanificazione: ogni quanto sanificare? Chi deve fare la sanificazione? Deve essere registrata?
  7. devo aggiornare il manuale HACCP?

 

  1. devo aggiornare il DVR?

Già la risposta alla prima domanda non è così semplice… ripercorriamo tuttavia alcuni passaggi che ci hanno portato in conclusione a rispondere a questa domanda affermativamente.

Nell’ultima versione del “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro” del 24/04/2020 (di seguito Protocollo) si legge:

  • L’azienda fornisce una informazione adeguata sulla base delle mansioni e dei contesti lavorativi […]
  • Nella declinazione delle misure del Protocollo all’interno dei luoghi di lavoro sulla base del complesso dei rischi valutati e, a partire dalla mappatura delle diverse attività dell’azienda, si adottano i DPI idonei.

È chiaro in questi punti del documenti il riferimento a quella che è la valutazione dei rischi aziendali, che a partire dalle mansioni e dalle attività svolte “personalizza” le misure di prevenzione e protezione da adottare in base all’effettiva esposizione al rischio.

L’INAIL inoltre, nel mese di aprile, ha pubblicato un “documento tecnico” che contiene una metodologia innovativa di valutazione integrata dei rischio, basata sui principali parametri che concorrono nel determinare la probabilità di contagio negli ambienti lavorativi.

A favore dell’aggiornamento della valutazione dei rischi  si è espressa anche l’avvocato Benedetta Nefri, esperta in sicurezza e diritto del lavoro dello Studio legale Garlatti di Milano, che asserisce che la semplice adozione delle misure minime previste nel Protocollo non è sufficiente ad esimere il Datore di Lavoro dalle eventuali responsabilità in caso di presenza di un focolaio di contagi nella propria azienda: “Proprio attraverso lo strumento della valutazione dei rischi il datore di lavoro potrà stabilire se, all’interno della sua organizzazione, il rischio biologico Sars-CoV-2, debba essere classificato quale rischio generico […] o un rischio lavorativo specifico […]”

Ad una prima lettura sembra invece essere contraria ad un’integrazione del DVR la Regione Veneto, che in un documento recante “Indicazioni operative per la tutela della salute negli ambienti di lavoro non sanitari” indica “In tale scenario, in cui prevalgono esigenze di tutela della salute pubblica, non si ritiene giustificato l’aggiornamento del Documenti di Valutazione dei Rischi in relazione all’infezione da SARS-COV-2 (se non in ambienti di lavoro sanitario o socio sanitario, […] o comunque qualora il rischio di infezione da SARS-COV-2 sia un rischio di natura professionale, legato allo svolgimento dell’attività lavorativa, aggiuntivo e differente rispetto al rischio per la popolazione generale. Diversamente, può essere utile, per esigenze di natura organizzativa/gestionale, redigere, in collaborazione con il Servizio di Prevenzione e Protezione, con il Medico Competente e con i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, un piano di intervento o una procedura per la gestione delle eventualità sopra esemplificate, adottando un approccio graduale nell’individuazione e nell’attuazione delle misure di prevenzione, basato sia sul profilo del lavoratore (o soggetto a questi equiparato), sia sul contesto di esposizione”.

Analizzando però meglio il testo del documento ci chiediamo: come si può definire se l’attività lavorativa comporta un rischio maggiore rispetto alla popolazione generale? Per chi svolge attività di cameriere, estetista, impiegato di un ufficio aperto al pubblico, per chi è impiegato in trasferte, per chi in ambiente di lavoro deve condividere con diversi colleghi spazi, attrezzature, macchine e automezzi… per queste e numerose altre attività, come è possibile non porsi almeno questa domanda? E come è possibile non cercare per questi lavoratori le più efficaci strategie per minimizzare le probabilità di una maggiore esposizione? Solo nel porci queste domande ci accorgiamo ancor più che una valutazione del rischio risulta necessaria.

 

  1. devo adottare il protocollo?

Se la risposta al primo quesito è stata complessa, la risposta a questa domanda è invece molto semplice: SÌ, IL PROTOCOLLO VA ADOTTATO DA PARTE DI TUTTE LE AZIENDE. Chiariamo che l’adozione del protocollo non si limita alla messa in bella del documento ministeriale su carta intestata dell’azienda, ma prevede una personalizzazione dei punti trattati in base alle caratteristiche dei luoghi di lavoro e delle attività effettuate (torniamo sempre all’evidente necessità di una valutazione preliminare del rischio).

È importante la parte documentale ma altrettanto importante l’applicazione sul campo di quanto scritto.

 

  1. accesso in azienda: e’ obbligatorio controllare la temperatura? Solo al personale dipendente o anche per gli esterni?

Nel Protocollo del 24/04/2020 la rilevazione della temperatura è facoltà dell’azienda, non quindi obbligo.

Obbligo dei lavoratori sarebbe quello di non lasciare il proprio domicilio in presenza di febbre, per cui prima del controllo da parte dell’azienda è in capo a tutti la responsabilità di accertarsi del proprio stato di salute prima ancora di uscire di casa. L’alternativa al controllo della temperatura potrebbe essere un’adeguata informazione e sensibilizzazione ai lavoratori affinché questi provvedano a misurarsi la febbre autonomamente prima di recarsi in azienda, assicurata mediante autodichiarazione da parte degli stessi.

La strategia più efficace e quella che noi consigliamo è tuttavia la rilevazione della temperatura sul posto, in occasione dell’accesso in azienda. In questo caso è importante procedere con tutte le precauzioni del caso e nel rispetto della privacy (con predisposizione di apposita informativa e senza registrazione di alcun dato).

Nel Protocollo è indicato che eventuale personale esterno deve sottostare alle regole del personale dipendente: è implicito quindi che la strategia scelta per il proprio personale varrà anche per gli esterni.

Quanto fin qui detto è ad oggi valido per tutte le realtà, con l’unica eccezione dei cantieri, per i quali è stato pubblicato uno specifico protocollo di settore che specifica l’obbligo di rilevazione della temperatura.

 

  1. DPI: devo usare la mascherina?

L’obbligo e l’efficacia dell’uso delle mascherine è una delle tematiche più controverse, soprattutto perché ogni paese e ogni realtà locale dà indicazioni diverse.

L’OMS raccomanda di indossare una mascherina solo se si sospetta di aver contratto il virus e si presentano sintomi quali tosse o starnuti, oppure se ci si prende cura di una persona con sospetta infezione da nuovo coronavirus. È anche vero che questa indicazione sicuramente si basa sulla necessità di evitare una corsa frenetica all’acquisto di dispositivi che già scarseggiano per le realtà in cui sono effettivamente di primaria importanza (strutture sanitarie).

Il Protocollo infatti, pur indicando l’OMS come principale riferimento per l’utilizzo, aggiunge  le condizioni per cui comunque il suo utilizzo in azienda è obbligatorio:

  • lavori che impongano di lavorare a distanza interpersonale minore di un metro e non siano possibili altre misure organizzative
  • tutti i lavoratori che condividono spazi comuni

L’aggiunta di quest’ultimo punto nell’ultima versione del Protocollo è un segno di un’intenzione da parte del Governo di incentivare l’utilizzo delle mascherine, che si è visto essere valide alleate contro la diffusione di un virus così contagioso.

In considerazione di questa indicazione del Protocollo l’obbligo della mascherina è previsto in tutte le realtà in cui ci sono più lavoratori impiegati in uno stesso locale (praticamente esteso a quasi tutte le realtà). Solo nei casi in cui ci siano persone che lavorano da sole (o magari in reparti così grandi e poco affollati da potersi considerare sole) è possibile evitarne l’uso.

Vi consigliamo la lettura di un vademecum da noi pubblicato recentemente proprio a seguito dell’emergenza, per la scelta delle mascherine di protezione anti COVID.

 

  1. devo obbligatoriamente mettere le barriere parafiato?

Il Protocollo non menziona le barriere parafiato, per cui non vi è un obbligo specifico. La necessità di installarle in alcune postazioni di lavoro discende ancora una volta dalla specifica valutazione dei rischi che ogni azienda deve fare per le proprie mansioni e attività, e può essere presa in considerazione per ridurre l’esposizione di lavoratori in contesti quali:

  • Uffici front office
  • Reception
  • Tavoli di refettori e mense

sempre tenendo conto della necessità primaria di diminuire l’affollamento.

 

  1. sanificazione: ogni quanto sanificare? Chi deve fare la sanificazione? Deve essere registrata?

Partendo sempre dalle indicazioni del protocollo, le operazioni di pulizia e sanificazione sono menzionate in questi passaggi:

  • L’azienda assicura una pulizia giornaliera e la sanificazione periodica dei locali, degli ambienti, delle postazioni di lavoro e delle aree comuni e di svago
  • Nel caso di presenza di una persona con COVID-19 all’interno dei locali aziendali, o nelle aree a maggiore endemia si procede alla pulizia e sanificazione degli stessi secondo le disposizioni della circolare n. 5443 del 22 febbraio 2020 del Ministero della Salute nonché alla loro ventilazione
  • Occorre garantire la pulizia a fine turno e la sanificazione periodica di tastiere, schermi touch, mouse con adeguati detergenti sia negli uffici che nei reparti produttivi.
  • Occorre provvedere alla organizzazione degli spazi e alla sanificazione degli spogliatoi […]
  • Occorre garantire la sanificazione periodica e la pulizia giornaliera con appositi detergenti dei locali mensa, delle tastiere e dei distributori di bevande e snack

Nulla viene detto riguardo alla periodicità della sanificazione e nemmeno al soggetto che se ne deve occupare. È infatti comprensibile che tali scelte devono essere prese dall’azienda sulla base della numerosità aziendale, della frequentazione dei locali e della sua organizzazione.

Si può indicare in linea di massima l’attuazione delle seguenti strategie:

  • Far effettuare pulizia giornaliera (obbligatoria) da personale esterno o interno
  • Predisporre nelle aree break e nei reparti idonei mezzi di sanificazione (spray e panno carta) e affidare ai lavoratori l’obbligo di sanificare la propria postazione a fine turno e le superfici delle aree break dopo ogni uso
  • Effettuare una sanificazione settimanale di tutti i locali (sempre a cura di personale esterno o interno)

La sanificazione a cura di personale esterno è invece obbligatoria nel caso in cui si debba procedere con una sanificazione straordinaria come previsto dalla circolare n. 5443 del 22 febbraio 2020 del Ministero della Salute.

Gli interventi vanno registrati a documentazione di quanto fatto.

 

  1. devo aggiornare il manuale HACCP?

La diffusione del Covid 19 purtroppo va a modificare anche i metodi di lavoro e i rischi connessi all’attività alimentare, gli operatori possono essere considerati loro stessi veicoli di infezione e pertanto nel manuale di autocontrollo andranno riportate le nuove procedure di riorganizzazione aziendale atte a limitare il contagio e la diffusione del Covid.

Il manuale va aggiornato anche qualora l’azienda abbia cominciato l’attività di consegna a domicilio.

Se questa procedura era prevista ed effettuata prima dell’emergenza Covid, dovrebbe già essere descritta all’interno del manuale. Qualora l’attività di delivery è stata intrapresa successivamente all’emergenza, chiaramente andrà modificato il manuale di autocontrollo inserendo anche questo modus operandi.

 

Per ulteriori informazioni, non esitare a contattarci!

 

By | 2020-07-20T12:34:56+00:00 6 maggio, 2020|Categories: News|Tags: , |0 Commenti

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